Blue Zones e Longevity: cosa si nasconde dietro il mito?
Le Blue Zones vengono spesso presentate come la prova che alcune comunità abbiano già scoperto il segreto per vivere a lungo e in salute. Milioni di libri sono stati venduti, documentari hanno raggiunto un pubblico globale e da un’osservazione scientifica è nata una grande industria del lifestyle. Ma il dibattito attuale suggerisce che alcuni elementi di questa storia affascinante siano meno chiari di quanto sembrino.
Una grande storia
Le persone amano le belle storie. Soprattutto quando trasformano domande complesse in risposte semplici.
Pochi temi si prestano meglio della Longevity. L’idea è affascinante: da qualche parte nel mondo esistono persone che hanno già decifrato il codice per vivere a lungo e in buona salute. Dobbiamo solo osservare come mangiano, si muovono e vivono insieme.
È questa la storia raccontata dalle cosiddette Blue Zones.
È una storia affascinante. Forse persino un po’ troppo bella.
Come un pennarello blu è diventato un concetto globale
Il termine nasce da ricerche demografiche condotte in Sardegna. I ricercatori utilizzavano segni blu su una mappa per identificare le aree con una concentrazione insolitamente elevata di persone molto anziane.
Dan Buettner e National Geographic hanno poi trasformato questa osservazione in un concetto conosciuto in tutto il mondo. Tra le classiche Blue Zones vengono generalmente incluse Sardegna, Okinawa, Ikaria, Nicoya e la comunità degli Avventisti del Settimo Giorno di Loma Linda.
Il messaggio centrale è semplice: in queste regioni le persone tendono a muoversi regolarmente, seguono un’alimentazione prevalentemente vegetale e mantengono forti relazioni sociali.
Ma prima di trasformare queste osservazioni in regole generali, servono due domande. I dati sull’età sono affidabili? E le abitudini osservate spiegano davvero la Longevity eccezionale?
La prima crepa: i problemi nei registri ufficiali
Nel 2010 un caso in Giappone fece il giro del mondo. Sogen Kato risultava ufficialmente l’uomo vivente più anziano di Tokyo. Quando le autorità cercarono di verificarne lo stato, trovarono il suo corpo mummificato. In realtà era morto decenni prima, mentre i pagamenti pensionistici erano continuati.
I controlli successivi mostrarono che molti centenari registrati ufficialmente non erano rintracciabili oppure erano già deceduti.
Anche la Grecia scoprì gravi irregolarità durante la crisi finanziaria. Nel 2012 furono sospesi pagamenti sociali e pensionistici a circa 200.000 persone perché non avevano diritto alle prestazioni o risultavano già decedute.
Questi casi non dimostrano che i dati anagrafici delle Blue Zones siano generalmente errati. Ma mostrano quanto possano essere vulnerabili i dati amministrativi, soprattutto quando si analizzano età eccezionalmente elevate.
Cosa critica Saul Justin Newman
Il demografo Saul Justin Newman sostiene che le regioni con un numero insolitamente elevato di centenari e supercentenari siano spesso caratterizzate da povertà, registri di nascita incompleti o sistemi amministrativi più deboli.
La sua ipotesi è provocatoria: una parte della Longevity eccezionale potrebbe essere spiegata da errori di documentazione o frodi, più che da fattori biologici o di stile di vita straordinari.
Questa interpretazione è controversa. I ricercatori associati al concetto delle Blue Zones sottolineano che le età nelle regioni più note non sono state semplicemente ricavate dai registri moderni. Sono state confrontate con certificati di nascita storici, registri di morte, archivi ecclesiastici e altri documenti.
La domanda scientifica quindi non è se esistano errori nei registri. Esistono e sono documentati. La domanda decisiva è quanto influenzino realmente i dati specifici alla base delle Blue Zones.
Anche dati anagrafici perfetti non dimostrerebbero la causalità
Anche se ogni dato sull’età fosse completamente corretto, rimarrebbe un altro problema importante: la ricerca sulle Blue Zones è in gran parte osservazionale.
Può mostrare che determinati stili di vita compaiono insieme a un’elevata aspettativa di vita. Ma non può dimostrare che siano proprio queste abitudini a causare la Longevity eccezionale.
Genetica, ambiente, assistenza sanitaria, strutture sociali e caso possono contribuire allo stesso risultato.
Esiste inoltre il rischio di bias. Osserviamo soprattutto le persone che hanno raggiunto età eccezionali. Chi aveva abitudini simili ma è morto prima quasi non compare nella storia. Questo viene definito survivorship bias.
Anche la direzione di causa ed effetto non è sempre chiara. Alcune persone possono restare in salute perché rimangono attive. Ma possono anche restare attive più a lungo perché stanno già invecchiando in condizioni insolitamente buone.
Cosa possiamo comunque imparare dalle Blue Zones
Tutto questo non significa che le abitudini associate alle Blue Zones siano prive di valore.
Attività fisica regolare, non fumare, dormire a sufficienza, un’alimentazione prevalentemente vegetale e relazioni sociali solide sono tutti fattori supportati da evidenze scientifiche che mostrano associazioni con una migliore salute e una maggiore aspettativa di vita. Questa evidenza esiste indipendentemente dal concetto delle Blue Zones.
È invece meno certo che una specifica combinazione di questi fattori spieghi completamente i risultati eccezionali osservati in singole regioni.
La nostra valutazione
Le Blue Zones hanno portato milioni di persone a riflettere più seriamente sull’invecchiamento in salute. Questo è un aspetto positivo.
Allo stesso tempo, il dibattito attuale mostra quanto rapidamente osservazioni interessanti possano trasformarsi in regole semplici e, successivamente, in promesse commerciali.
La Longevity difficilmente può essere spiegata da un solo luogo, una sola dieta o nove abitudini. Probabilmente nasce da un’interazione complessa tra genetica, stile di vita, ambiente, contesto sociale e caso.
Le belle storie possono rendere la scienza più comprensibile. Ma non possono sostituire evidenze solide.
Forse questa è la lezione più importante delle Blue Zones: non ogni storia convincente è sbagliata. Ma ogni storia convincente dovrebbe comunque essere messa alla prova.
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