Omega 3 e fibrillazione atriale: quanto è reale il rischio?
“Più di 1 grammo di omega-3 al giorno aumenta il rischio di fibrillazione atriale”: affermazioni di questo tipo fanno spesso notizia. Sembrano chiare e allarmanti. Questo articolo analizza i dati alla base e mostra perché un aspetto è decisivo: la differenza tra rischio relativo e rischio assoluto.
Ma cosa mostrano realmente gli studi? Le evidenze più solide provengono da grandi studi randomizzati e meta-analisi con oltre 80.000 partecipanti.
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Il risultato centrale è il seguente: gli acidi grassi omega-3 aumentano il rischio relativo di fibrillazione atriale di circa il 20-25%. A prima vista sembra un effetto rilevante. La valutazione assoluta è però determinante.
Rischio relativo vs rischio assoluto
La domanda più importante non è se esista un rischio, ma quanto sia realmente grande nella vita quotidiana.
Nei grandi studi, il rischio di fibrillazione atriale senza omega-3 era di circa il 3,3% e con omega-3 di circa il 4,0% su diversi anni di osservazione.
Questo significa: su 1.000 persone, circa 33 sviluppano fibrillazione atriale senza supplementi e circa 40 con supplementi.
Oppure, detto in altro modo: circa 7 persone in più su 1.000 si ammalano nell’arco di circa 5 anni.
Ciò corrisponde a 1 caso aggiuntivo ogni circa 140 persone.
Questo dato è fondamentale per l’interpretazione. Mostra che l’effetto è statisticamente chiaro, ma in termini assoluti rimane piccolo.
Persone sane vs pazienti a rischio
L’aspetto più importante per la valutazione pratica è la differenza tra persone sane e persone con patologie pregresse.
Nelle persone sane senza malattie cardiache note, il rischio di base è basso. Anche se gli omega-3 aumentano il rischio relativo, la variazione assoluta resta contenuta.
Per il singolo individuo significa: il rischio è misurabile, ma nella vita quotidiana spesso poco rilevante.
La situazione è diversa nelle persone con malattie cardiache esistenti, ad esempio dopo un infarto o con stent.
In questi casi il rischio di base è significativamente più alto. Di conseguenza aumenta anche l’incremento assoluto del rischio.
In alcuni studi, la differenza ha superato i 30 casi aggiuntivi su 1.000 persone. In questo gruppo l’effetto può essere clinicamente rilevante.
La stessa variazione relativa può quindi avere conseguenze molto diverse a seconda della situazione iniziale.
L’olio di pesce non è tutto uguale
Un punto decisivo nella discussione pubblica viene spesso trascurato.
Diversi studi che mostrano un aumento del rischio hanno utilizzato omega-3 nella cosiddetta forma etil estere (EE).
L’olio di pesce in forma etil estere (EE) deriva da un processo industriale in cui gli acidi grassi omega-3 vengono separati dalla loro struttura naturale a base di glicerolo e legati all’etanolo. Questo consente un’elevata purezza e concentrazione di EPA e DHA, ma ha un limite: il corpo deve prima scindere enzimaticamente questo legame prima che gli acidi grassi possano essere assorbiti. La biodisponibilità è quindi inferiore rispetto alla forma naturale dei trigliceridi, poiché la struttura differisce da quella dell’olio di pesce naturale.
VITAQ Omega3 1100 utilizza invece un concentrato di olio di pesce in forma rTG, una struttura molto più vicina ai trigliceridi naturali presenti nel pesce e quindi meglio assorbita dall’organismo.
Resta scientificamente aperto se i risultati degli studi basati su etil esteri possano essere trasferiti direttamente a fonti rTG altamente pure. Inoltre, molti di questi studi non hanno controllato o riportato il grado di ossidazione (TOTOX) dei prodotti utilizzati, anche se i lipidi ossidati possono avere effetti pro-infiammatori indipendenti.
Perché la dose è determinante
I dati mostrano una chiara relazione dose-effetto. Intorno a 1 grammo al giorno l’aumento del rischio è ridotto. A dosi più elevate il rischio cresce sensibilmente.
Una review recente propone una possibile spiegazione. Gli omega-3 possono influenzare il sistema nervoso, in particolare il nervo vago. Un’attivazione moderata può avere effetti stabilizzanti, mentre un’attivazione più intensa, in determinate condizioni, può favorire la fibrillazione atriale.
Questa spiegazione è biologicamente plausibile, ma non ancora definitivamente dimostrata.
Esistono anche benefici?
Una valutazione equilibrata deve considerare anche i possibili effetti positivi. In grandi studi, alte dosi di omega-3 hanno ridotto il rischio di infarto o ictus.
Questo significa che un piccolo aumento del rischio di fibrillazione atriale può essere compensato o persino superato da altri benefici.
Questa valutazione dipende fortemente dalla situazione individuale.
Cosa significa nella vita quotidiana
L’affermazione secondo cui più di 1 grammo di omega-3 aumenta il rischio di fibrillazione atriale non è falsa, ma è fortemente semplificata.
L’effetto esiste, ma in termini assoluti è piccolo. Il punto decisivo è l’aumento assoluto del rischio, che resta contenuto nelle persone sane, ma può diventare rilevante nei pazienti a rischio.
Inoltre, anche la forma è importante. I dati provengono principalmente da studi con alte dosi di etil esteri.
La conclusione principale è quindi: non sono gli omega-3 in sé il problema, ma la combinazione di dose elevata, forma specifica e situazione individuale.
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